da qualche giorno mi frulla in testa un bel post palloso sull'"Essere partita IVA- fenomenologia del precariato post co.co.pro". ma mi manca il tempo per scriverlo a modo....così tengo il titolo figo e rimando ancora per un pò.ciò detto, oggi voglio comunque proporre un post bello pallosetto.
e così ripropongo qui dentro degli spunti raccolti in occasione di una lezione- spettacolo di Stefano Zamagni, eminente docente di Economia presso Unibo.
tema della serata era la presentazione dei tratti rilevanti dell'approccio cosiddetto di "economia civile".
L'economia civile per chi non l'ha ancora incontrata al bar, è un approccio dell'economia che, criticando le visioni neoclassiche, propone di ricomprendere nei computi (e nelle modellizzazioni, e nelle visioni) economiche anche i contributi del no profit, del terzo settore.
Secondo i teorici che seguono questo approccio- peraltro biecamente sfruttato come "foglia di fico intellettuale" anche da tante leghecoop e compagniedelleopere in cerca di quattrini- inserire il "noprofit" nel calcolo economico consente di "far emergere" tante attività che, anche se non contribuiscono direttamente alla crescita del PIL, hanno un ruolo importante per la tenuta ed il benessere sociale della cittadinanza. e, per conseguenza, producono "ricchezza" e "felicità".
Perché questa roba pallosa dovrebbe essere interessante?
A me sembra interessante perché:
- contiene una critica potente al modello di sviluppo economico dominante, secondo il quale [(più PIL) = (più benessere per le persone)]
- propone, conseguenteemente, una visione in cui per generare felicità è necessario generare "beni sociali", e non solo prodotti e servizi economicamente monetizzabili
- consente di rendere conto in modo generativo di una serie di fenomeni sociali emergenti (il no profit, ma anche le banche del tempo, ma anche gli stessi blog e le reti sociali online) che per il fatto di non "produrre moneta" sono ritenute meno significative/ rilevanti di altre.