Sulla questione dei lavavetri è stato già detto tanto. Volevo però mettere in evidenza un aspetto che è rimasto un po' tra le righe in questi ultimi giorni, ovvero cercare di ragionare su ciò che resterà alla fine di tutta questa vicenda (che poi è quello che su cui si dovrebbe interrogare un politico responsabile).
Metto subito in chiaro che non concepisco come si possano considerare lavavetri o prostitute come criminali. Non vorrei che facessero i precettori dei miei figli, ma non posso che considerarli come vittime. Sono d'altra parte convinto che il fatto di essere sfortunati non li autorizzi a essere violenti. Il loro diritto a sopravvivere non può scavalcare quello di poter essere liberi di fare una passeggiata senza essere aggrediti. Ma è inconcepibile fare graduatorie fra questi due diritti. Inconcepibile esattamente come lo è stabilire se sia più importante perseguire i lavavetri o i mafiosi (per il semplice fatto che i secondi sono dei criminali e i primi no). Direi però che noi italiani non possiamo permetterci di farne un problema etico: sarebbe veramente ridicolo che qualcuno di coloro che si sono precipitati a difendere Valentino Rossi si ponesse interrogativi etici sul rispetto della legalità. Sappiamo bene che non amiamo le leggi e sarebbe curioso che cominciassimo a essere intransigenti proprio con gli immigrati. Ovviamente ciò non toglie che oggi esista in Italia un problema di violenza diffusa che va risolto, senza nascondersi dietro la solita solfa che ci sono problemi più importanti. Come ha detto Michele Serra nessuno rinuncia a scacciare una mosca perchè è più importante pagare il mutuo. Ma per affrontare il problema ci sono modi molto diversi, che posso definire senza pruriti soluzioni di sinistra e soluzioni di destra, senza possibilità di confusione.
E qui vengo al punto. Siamo convinti che far finta di niente, che non intervenire, così come suggerito da alcune posizioni della sinistra radicale, alla lunga si faccia del bene a queste persone?Il più famoso sociologo americano, Robert Putnam, dichiaratamente di sinistra, ha fatto 30 mila interviste in decine di città statunitensi. Ne è emerso che la diversità etnica è considerata tutt'altro che un fattore di arricchimento sociale, almeno nel breve periodo: sembra che l'eterogeneità scateni invece un senso di sfiducia collettiva che spinge gli individui a chiudersi in se stessi e a diffidare persino della propria comunità di riferimento. Risultati analoghi arriverebbero da altri studi realizzati in Svezia, Gran Bretagna, Australia e Canada. In pratica la diversità imposta e non capita eroderebbe quello che viene definito il "capitale sociale" che naturalmente è tanto più alto quanto più la gente ha fiducia nel prossimo. Ma come fare allora? Senza dubbio un certo sensazionalismo mediatico non ci aiuta ad accettare chi non conosciamo. Per la tv sono tutti delinquenti e faremmo bene a non uscire più di casa. Analogamente pensare che tutti gli immigrati siano buoni finisce solo per ritorcersi contro coloro che provano a cercare una strada per campare onestamente. Allora è giusto astenersi dal fare differenze tra chi lavora duramente in cantiere (spesso sfruttato dai caporali) e chi invece massacra due vecchietti inermi?Ribadisco: per me non è un problema etico ma di costruzione di una società multietnica. Se non ci fosse stata una netta distinzione tra mafiosi e poveracci, ci sarebbero oggi tanti italoamericani onesti e ben inseriti nella società statunitense?
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mercoledì 5 settembre 2007
Lavavetri, mafiosi e altre parole
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