La settimana scorsa anche qui dentro casa genovesi abbiamo discusso sui c.d. “lavavetri”.
Adesso, riprendo il discorso perché in mezzo al bailamme mediatico- politico su quel tema sono saltati fuori altri spunti che, anche se meno sexy delle punizioni per i lavavetri (Repubblica non ci farebbe un dossier, per capirci) sono almeno altrettanto importanti. Il tema qui è quello della c.d. “sussidiarietà orizzontale” o, per dirlo in termini potabili, del ruolo dei privati nella gestione del welfare del nostro paese.
Ora, anch’io sono cresciuto in un paese in cui la Chiesa e le sue agenzie, da sempre, suppliscono ai “deficit di politica pubblica”. Ed anch’io ho studiato a Siena, dove il Monte dei Paschi amministrava la città almeno altrettanto del sindaco. E, ancora, mi rendo conto anch’io che lo Stato “non ce la fa più” a svolgere tutti i suoi compiti tradizionali, e che sono ormai molti i paesi occidentali in cui i privati compartecipano di oneri ed onori delle politiche pubbliche (università, sanità etc). Dico tutto questo per dire che non sono un pericoloso dirigista, e che riconosco una validità al nuovo Art. 118 della Costituzione, alla c.d. “sussidiarietà orizzontale” e anche all’attivismo dei privati nella sfera pubblica siano di per sé male.
E tuttavia, ascoltando Cofferati e Legacoop che parlano di come reimpiegare i “lavavetri”, mi restano almeno un paio di dubbi:
1. Come quelle riguardanti le infrastrutture, l’educazione, la sanità, le pensioni, anche le “politiche per la nuova cittadinanza” mi sembrano *strategiche* per il futuro del paese. E allora, è possibile che i nostri decisori non siano in grado di formulare in proprio idee e soluzioni su queste questioni, e magari indirizzarne (se non gestirne completamente) la realizzazione?
2. Le “Legacoop”, le “Compagnia delle Opere”, le “cittadinanza attive” e le mille banche del territorio sono sempre più inserite nella gestione attiva del welfare del nostro paese. Questo è un fatto, ed anzi dobbiamo loro un grazie per il contributo che danno. Detto questo, sarebbe bello che fossero (un pò) più trasparenti e dibattuti i modi con cui continuiamo ad appaltare loro pezzi delle aree di intervento pubblico. Perché a volte, quando li sento entrare con modi silenziosi e discreti all’interno delle “stanze” del welfare, questi signori mi ricordano- più che la balia premurosa che mi rimbocca le coperte- il borseggiatore che mi sfila il portafogli. Altro che lavavetri.