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venerdì 14 marzo 2008

...non me n'ero accorto....


si fanno scoperte impensabili, girellando per i giornali online...
ero lì che vagavo placido e al sicuro tra un figlio di gilardino, una tetta di spitzer e un sorriso di uolter.
avevo pensato anche a leggere un interessante approfondimento sui rischi costituiti dai temibili lavavetri ai semafori, o un editoriale sui cent'anni dell'Inter calcio, quando ecco che, nascosto in una sotto-pagina di una sotto- pagina, trovo questo.

ero sconvolto. ma da dove esce questa notizia? e soprattutto, non sarà che sono diventati comunisti anche al corriere della sera?????

martedì 18 settembre 2007

ancora lavavetri....ma meno sexy

La settimana scorsa anche qui dentro casa genovesi abbiamo discusso sui c.d. “lavavetri”.
Adesso, riprendo il discorso perché in mezzo al bailamme mediatico- politico su quel tema sono saltati fuori altri spunti che, anche se meno sexy delle punizioni per i lavavetri (Repubblica non ci farebbe un dossier, per capirci) sono almeno altrettanto importanti. Il tema qui è quello della c.d. “sussidiarietà orizzontale” o, per dirlo in termini potabili, del ruolo dei privati nella gestione del welfare del nostro paese.

I fatti. Tra i tanti che hanno preso parola sul tema dei “lavavetri”, qui a Bologna vi è stata anche Legacoop, la potentissima lega delle cooperative. Con modo pragmatico, la Lega ha proposto al Comune di regolarizzare la posizione delle persone che oggi lavorano ai semafori, reimpiegandole in attività come la pulizia dei muri cittadini- imbrattate da pericolosi graffitari- o delle piazze- riempite di birre da pericolosi studenti. Il sindaco Cofferati, per sua parte, ha risposto alla proposta di Legacoop ribattendo stizzito: “se avete soldi a sufficienza, fatelo voi”. E per il momento la discussione si è chiusa qui.

L’interesse dei fatti. A me, al di là del merito della proposta, la storia sembra significativa perché racconta bene dello stato delle relazioni tra decisori pubblici e portatori di interesse privati. Abbiamo, da una parte, un grande attore privato che fa delle proposte rispetto al disegno di una politica pubblica. Ed abbiamo dall’altra un decisore pubblico che, non riuscendo a formulare una proposta propria, si limita a replicare inacidito: “se siete così bravi, cacciate i soldi e fate voi”.
Ora, anch’io sono cresciuto in un paese in cui la Chiesa e le sue agenzie, da sempre, suppliscono ai “deficit di politica pubblica”. Ed anch’io ho studiato a Siena, dove il Monte dei Paschi amministrava la città almeno altrettanto del sindaco. E, ancora, mi rendo conto anch’io che lo Stato “non ce la fa più” a svolgere tutti i suoi compiti tradizionali, e che sono ormai molti i paesi occidentali in cui i privati compartecipano di oneri ed onori delle politiche pubbliche (università, sanità etc). Dico tutto questo per dire che non sono un pericoloso dirigista, e che riconosco una validità al nuovo Art. 118 della Costituzione, alla c.d. “sussidiarietà orizzontale” e anche all’attivismo dei privati nella sfera pubblica siano di per sé male.
E tuttavia, ascoltando Cofferati e Legacoop che parlano di come reimpiegare i “lavavetri”, mi restano almeno un paio di dubbi:

1. Come quelle riguardanti le infrastrutture, l’educazione, la sanità, le pensioni, anche le “politiche per la nuova cittadinanza” mi sembrano *strategiche* per il futuro del paese. E allora, è possibile che i nostri decisori non siano in grado di formulare in proprio idee e soluzioni su queste questioni, e magari indirizzarne (se non gestirne completamente) la realizzazione?
2. Le “Legacoop”, le “Compagnia delle Opere”, le “cittadinanza attive” e le mille banche del territorio sono sempre più inserite nella gestione attiva del welfare del nostro paese. Questo è un fatto, ed anzi dobbiamo loro un grazie per il contributo che danno. Detto questo, sarebbe bello che fossero (un pò) più trasparenti e dibattuti i modi con cui continuiamo ad appaltare loro pezzi delle aree di intervento pubblico. Perché a volte, quando li sento entrare con modi silenziosi e discreti all’interno delle “stanze” del welfare, questi signori mi ricordano- più che la balia premurosa che mi rimbocca le coperte- il borseggiatore che mi sfila il portafogli. Altro che lavavetri.

mercoledì 5 settembre 2007

Lavavetri, mafiosi e altre parole

Sulla questione dei lavavetri è stato già detto tanto. Volevo però mettere in evidenza un aspetto che è rimasto un po' tra le righe in questi ultimi giorni, ovvero cercare di ragionare su ciò che resterà alla fine di tutta questa vicenda (che poi è quello che su cui si dovrebbe interrogare un politico responsabile).
Metto subito in chiaro che non concepisco come si possano considerare lavavetri o prostitute come criminali. Non vorrei che facessero i precettori dei miei figli, ma non posso che considerarli come vittime. Sono d'altra parte convinto che il fatto di essere sfortunati non li autorizzi a essere violenti. Il loro diritto a sopravvivere non può scavalcare quello di poter essere liberi di fare una passeggiata senza essere aggrediti. Ma è inconcepibile fare graduatorie fra questi due diritti. Inconcepibile esattamente come lo è stabilire se sia più importante perseguire i lavavetri o i mafiosi (per il semplice fatto che i secondi sono dei criminali e i primi no). Direi però che noi italiani non possiamo permetterci di farne un problema etico: sarebbe veramente ridicolo che qualcuno di coloro che si sono precipitati a difendere Valentino Rossi si ponesse interrogativi etici sul rispetto della legalità. Sappiamo bene che non amiamo le leggi e sarebbe curioso che cominciassimo a essere intransigenti proprio con gli immigrati. Ovviamente ciò non toglie che oggi esista in Italia un problema di violenza diffusa che va risolto, senza nascondersi dietro la solita solfa che ci sono problemi più importanti. Come ha detto Michele Serra nessuno rinuncia a scacciare una mosca perchè è più importante pagare il mutuo. Ma per affrontare il problema ci sono modi molto diversi, che posso definire senza pruriti soluzioni di sinistra e soluzioni di destra, senza possibilità di confusione.
E qui vengo al punto. Siamo convinti che far finta di niente, che non intervenire, così come suggerito da alcune posizioni della sinistra radicale, alla lunga si faccia del bene a queste persone?Il più famoso sociologo americano, Robert Putnam, dichiaratamente di sinistra, ha fatto 30 mila interviste in decine di città statunitensi. Ne è emerso che la diversità etnica è considerata tutt'altro che un fattore di arricchimento sociale, almeno nel breve periodo: sembra che l'eterogeneità scateni invece un senso di sfiducia collettiva che spinge gli individui a chiudersi in se stessi e a diffidare persino della propria comunità di riferimento. Risultati analoghi arriverebbero da altri studi realizzati in Svezia, Gran Bretagna, Australia e Canada. In pratica la diversità imposta e non capita eroderebbe quello che viene definito il "capitale sociale" che naturalmente è tanto più alto quanto più la gente ha fiducia nel prossimo. Ma come fare allora? Senza dubbio un certo sensazionalismo mediatico non ci aiuta ad accettare chi non conosciamo. Per la tv sono tutti delinquenti e faremmo bene a non uscire più di casa. Analogamente pensare che tutti gli immigrati siano buoni finisce solo per ritorcersi contro coloro che provano a cercare una strada per campare onestamente. Allora è giusto astenersi dal fare differenze tra chi lavora duramente in cantiere (spesso sfruttato dai caporali) e chi invece massacra due vecchietti inermi?Ribadisco: per me non è un problema etico ma di costruzione di una società multietnica. Se non ci fosse stata una netta distinzione tra mafiosi e poveracci, ci sarebbero oggi tanti italoamericani onesti e ben inseriti nella società statunitense?